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la mia Africa nascosta  40Vi è mai capitato di essere in macchina, raggiungere una qualunque città e avere la sensazione di visitare contemporaneamente più Paesi del Mondo? A me è successo. Fare del bene è possibile e poter aiutare il prossimo è quella dose giornaliera di vera gioia che ci fa amare la vita in tutte le sue forme perché da un lato ci rende consapevoli della fortuna che abbiamo, ma allo stesso tempo ci spinge a tramutare quella stessa fortuna e a trasmetterla a chi la conosce solo in parte. Quanti di noi si domandano ogni giorno, “starò facendo la cosa giusta? ”… ecco, fare volontariato è una di quelle. Sapere di fare la cosa giusta arricchisce il nostro spirito, la nostra anima, il nostro cuore. Basta lasciarsi trasportare all’intensità di quegli occhi così profondi di bambini, donne e uomini, mai segnati dalla stanchezza, nonostante le dure prove della vita, per ritrovare in noi la forza e il coraggio di andare loro incontro, afferrare le loro mani e dire: “Io ci sono fratello mio”. Perché la loro pelle è la nostra pelle, un involucro sottile che riveste gli stessi organi vitali ma che il mostro del pregiudizio tende ad ispessire, creando quell’inutile distanza che non ci porta da nessuna parte. Un padre di famiglia ha deciso di accorciare quella distanza, di arginare il problema della lingua parlando il linguaggio universale dell’amore, comprensibile da tutti, che ci unisce rendendoci meno soli e che ci fa sentire finalmente figli della stessa Terra. Tanti i sogni, ma anche tanti i progetti realizzati, perché le parole non bastano. Occorrono aiuti pratici, servizi ed è così che si viene a creare una fitta rete di relazioni, di comunicazioni che possano contribuire al raggiungimento di quell’unico grande obiettivo: migliorare le condizioni di vita.
È necessario unire le forze, discutere, mettere in campo nuove ed efficaci idee. Etiopia, Filippine, Angola, Papua Nuova Guinea, Pakistan, Sud Sudan, Togo… le zone in cui si sente forte la presenza della Fondazione Rachelina Ambrosini e di tanti operatori che nella solidarietà cooperano per il benessere, per la salute di quanti restano nel loro umile silenzio, dimenticati dal Mondo.
Ci commuoviamo di fronte alle immagini che imperversano nei nostri televisori, ci inteneriamo e ci sentiamo il più delle volte in colpa per non essere al loro posto, ma molto spesso, purtroppo, il tutto si limita alla compenetrazione di quei pochi minuti. Ci autoconvinciamo di essere impotenti di fronte a tanta indigenza, di non sapere come fare, come muoversi, a chi rivolgersi o di chi fidarsi… già, perché la fiducia ricopre una percentuale importante. Sapere che il proprio aiuto è arrivato a destinazione e ha portato frutti ci fa sentire piccoli artefici di un disegno più grande di noi, ci sprona a voler fare sempre di più, ad unire le forze e a spargere la voce, quella voce flebile che come il vento arriva dal deserto e lentamente passa da un orecchio ad un altro.
Ve lo ricordate il film “Un sogno per domani”? Quel gioco-progetto chiamato “Passa il favore”, creato dal bambino come risposta ad un compito in classe assegnato dal professore di scienze sociali, non è poi così distante da questo discorso. Quella stessa catena della bontà che aveva fatto il giro del mondo non può e non deve essere spezzata, ma questo accade solo se gli anelli di cui è composta restano ben ancorati l’uno all’altro. Tornando al nostro viaggio, la macchina del mio papà non ha fatto tanti chilometri, la meta era vicina… eppure per me siamo arrivati lontano… tanto lontano…

Raffaella Ferri

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